RPF - "Brancolando nel buio" (Leighton Meester/Robert Pattinson)

Titolo: Brancolando nel buio
Beta: elivi
Fandom: RPF
Personaggi: Robert Pattinson, Leighton Meester
Pairing: Robert/Leighton
Rating: NC17 (non troppo descrittivo)
Parole: 4869 (W)
Warnings: //
Disclaimer: Leighton e Robert appartengono a loro stessi e di sicuro non si incontrano per fare zozzerie, non hanno nessun film in cantiere che veda la presenza di entrambi e questo è tutto un parto di fantasia. Nei secoli dei secoli, amen.
Riassunto: Avevano discusso... per l'ennesima volta.

Note: scritta per il P0rn Fest #3 per il prompt: RPF, Leighton Meester/Robert Pattinson, brancolando nel buio. La fic è postata QUI su fanfic_italia. Un grazie graaaaaaaaaaande a zoedriver che è venuta in mio soccorso e a elivi che si sorbisce le mie paaaaaaaaaalle semper et comunque ♥ E' la prima cosa che scrivo dall'11 luglio, quindi mmmmh. Spero sia comunque decIente (: (il titolo è il prompt perché non mi viene in mente niente di anche solo lontanamente accettabile XD)





Brancolando Nel Buio;


Vancouver era fredda, bagnata e semideserta a quell'ora della notte.
I loro passi, e quelli delle guardie del corpo alle loro spalle, affondavano nell'acqua delle pozze con sonori ciaf ciaf che spezzavano il rigido silenzio.

Leighton non era di buon umore - è la donna più freddolosa della Terra e se c'è una cosa che odia è avere i piedi congelati. Il suo manager le aveva assicurato che la città sarebbe stata tiepida e piacevole nel bel mezzo dell'estate, eppure il suo guardaroba decisamente poco appropriato non sembrava essere molto d'accordo.

Robert la seguiva poco più indietro e giurava e spergiurava che se non avesse firmato un contratto, a quell'ora se ne sarebbe già andato a gambe levate. Tanto quello si prospettava come un filmetto scadente da due soldi: magari ci avrebbe rimesso di tasca propria, ma se non altro la sua sanità mentale sarebbe rimasta più o meno integra (o, almeno, non le sarebbero stati inferti altri colpi insopportabili).

Avevano discusso... per l'ennesima volta. No, a Robert non piaceva neanche mezzo secondo di quella roba che Leighton si ostinava a produrre come musica, e Leighton detestava semplicemente il modo in cui glielo spiegava: sembrava non fosse interessato a niente di niente, che tutto gli scivolasse addosso senza la minima importanza. Senza contare che ne aveva fin sopra i capelli della sua cadenza inglese, di quei capelli senza il benché minimo senso, e delle urla strazianti che lo accompagnavano anche al bagno.

Non le piacevano le critiche sterili e non le piaceva lui. Come ci fosse finita a fare un film col suddetto Pattinson, ancora non l'aveva capito. Il fatto che si trattasse di quel Pattinson che faceva svenire bambine, ragazzine, ragazze, donne adulte e pure ultraottantenni aveva sicuramente giocato un ruolo decisivo nella lunga trattativa che l'aveva portata, in ultimo, a firmare quel dannato contratto.

Aveva un paio di idee sul cosa avrebbe fatto a quel pezzo di carta se ce l'avesse avuto tra le mani, una meno ortodossa dell'altra - e la più carina l'avrebbe vista ficcarsi istericamente l'intero foglio in bocca: lo stomaco è buio, e là dentro nessuno l'avrebbe più trovato.

Leighton non vedeva l'ora di tornarsene in albergo, immaginandosi già sotto le coperte calde al sicuro da gelo ed intemperie (e soprattutto da Robert).

Robert non pensava a niente... l'unica cosa di cui era veramente certo, è che voleva una birra - avrebbe dato un occhio, pur di averne una. Il locale in cui avevano trascorso la serata col resto del cast non era più un luogo sicuro: a quanto pare qualcuno li aveva avvistati e riconosciuti, innescando quel letale tam-tam mediatico che avrebbe portato i paparazzi dritti a loro nel giro di pochi minuti.

Albergo, bagno caldo, coperte, cuscino, riscaldamento al massimo.
Birra, birra, birra, birra, birra.

Ci volle solo un misero secondo perché i flussi di pensieri si uniformassero l'uno all'altro, e l'unica cosa che riuscirono a pensare fu "flash!".

Leighton era sicura di essere diventata cieca, ma Robert ci era fin troppo abituato e quasi non batté ciglio mentre gli sfuggiva un cazzo smozzicato a denti stretti.
Le guardie del corpo fecero rapidamente quadrato intorno a loro, senza effettivamente smuoverli di un singolo centimetro: erano in gabbia.

I fotografi schierati davanti a loro non facevano che urlare il nome di Robert, supplicandolo di farsi vedere, di dar loro anche solo un minimo cenno di saluto. In ogni caso, c'era chi si sarebbe scannato per quegli scatti, lo sapevano fin troppo bene.

Cercarono di farli procedere lungo il marciapiede, ma non c'era modo di tenerli coperti. La gente aveva cominciato a comparire dagli angoli più bui delle strade che solo qualche attimo prima sembravano sgombre da anima viva.

Robert voleva scappare - voleva solamente darsela a gambe il più rapidamente possibile, e sì che detestava l'attività fisica e il jogging quasi con la stessa intensità con cui amava la birra, ma avrebbe fatto volentieri un sacrificio per tornare a sentire solamente il silenzio intorno a lui. La contrada di fianco a loro era libera, poteva correre da quella parte e nascondersi nel primo locale che avrebbe trovato - avrebbe chiesto aiuto e sarebbe uscito dal retro, chiamando un taxi per tornare in albergo. Era un piano perfetto e no, non aveva nessunissima intenzione di coinvolgere anche Leighton.

Si voltò verso di lei, vedendola col capo chino a tapparsi gli occhi con entrambe le mani. Mugugnava senza sosta, come in un mantra infinito, qualcosa che suonava come: "io odio Edward, io odio Edward, io odio Edward", eccetera eccetera.

Okay, gli stava abbondantemente sulle scatole, ma la consapevolezza che quella fosse primariamente colpa sua gli si rovesciò addosso come una secchiata d'acqua gelida. Inseguivano lui, non lei (sapeva che se l'avesse detto ad alta voce, Leighton gli avrebbe devastato la faccia a schiaffi).

Non produceva pensieri molto profondi, ma una cosa la sapeva: doveva portarla con sé. Subito.
Adesso doveva solamente pensare ad un approccio decente, ma l'unica cosa che gli uscì fu: "cercano me".

Leighton sollevò leggermente il capo, incenerendolo con lo sguardo accecato di cui era momentaneamente dotata. "Ma va!", fu la sua sardonica risposta, subito seguita da "sto pensando di offrirti come vittima sacrificale. Magari ti lasceranno andare subito dopo essersi resi conto che l'unica cosa marmorea che hai è quella zucca vuota che ti ritrovi".

L'espressione sulla faccia di Robert era incomprensibile e la prima cosa che fu tentato di ribattere era che no, quella non era esattamente l'unica cosa marmorea che aveva, ma tacque perché sapeva che l'avrebbe fatta innervosire ancora di più, inutilmente.

Decise che non aveva intenzione di perdersi in spiegazioni che Leighton avrebbe accolto solo in parte, e l'afferrò di malo modo per un polso. Si chinò su di lei, in modo che nessun altro li avrebbe potuti sentire: "al mio tre, inizia a correre."

La ragazza lo guardò con tanto d'occhi, pronta a far partire una sequela infinita di insulti in sua direzione, ma non ne ebbe il tempo. Il tre arrivò molto più velocemente del previsto e Leighton se ne accorse solamente perché Robert l'aveva trascinata via con furia improvvisa.

Superarono la barriera formata dai corpi delle bodyguards in un batter d'occhio: Leighton si sbilanciò pericolosamente di lato, rischiando di fare il volo più clamoroso e imbarazzante della sua vita, ma riuscì a riprendersi per una sorta di miracolo anche se la borsa le finì a terra senza possibilità di recupero. Robert continuava a correre e l'unica cosa che avrebbe potuto fare, era tenergli dietro con tutto il fiato che aveva in corpo, anche se i piedi finivano nelle pozze come niente e l'acqua schizzava ovunque, sulle sue gambe nude lasciate scoperte dall'abito estivo che aveva avuto l'ardire di indossare e sui loro vestiti, ormai umidi e sporchi.

"ROBERT!" Gli urlò contro, pentendosene amaramente un attimo dopo, perché la milza prese a farle un male del diavolo.

Un gran tramestio li stava inseguendo: le guardie del corpo tentavano di tener fermi quanti più fotografi potevano, ma alcuni erano riusciti a sfuggire e avevano preso ad inseguirli.

L'intera sceneggiata era quanto di più ridicolo Leighton potesse sopportare.

"Non fermarti!" Le rispose Robert, deciso a non lasciarla andare: l'avrebbe tirata fuori da quel casino e sarebbe pure stata costretta ad essergli riconoscente (la seconda, in realtà, sembrava l'unica ragione tanto appetibile da convincerlo a portarsela dietro).
"Non r-respiro," si lamentò lei, continuando a guardarsi alle spalle.

Decisamente, tutto ciò non stava realmente succedendo.
Dopo aver svoltato infiniti angoli e percorso innumerevoli stradine senza nome, rallentò il passo per forza di cose e anche Robert fece in fretta a stufarsi di quel ritmo assurdamente sostenuto. Si era improvvisamente ricordato del suo viscerale odio per la palestra, già.

"Ancora qualche metro, ci stanno ancora dietro!" Tentò di convincere lei e anche se stesso, con risultati non troppo soddisfacenti.

A Leighton non importava un fico secco! Che le facessero pure, quelle dannate foto al mezzo morto più sexy dell'universo! Di certo non le interessava.

Non aveva la forza di controbattere e si sforzò di stringere i denti ancora per qualche minuto.

Fu un attimo: Robert la spintonò da qualche parte, la seguì e fece sbattere qualcosa.
Il buio li aveva inghiottiti insieme alla crescente e incombente crisi isterica della ragazza.

Per quella che sembrò l'eternità, non si sentirono altro che i loro respiri affannosi nell'oscurità più totale. Il battito dei loro cuori si placò poco a poco, e solo dopo un po', Leighton, ebbe la forza di ritorcerglisi contro.

"Dove diavolo ci hai infilati?" Sbottò, guardandosi inutilmente attorno: non si vedeva niente di niente.
"Non lo so," rispose Robert, con lo stesso tono menefreghista di sempre.
"Come 'non lo so'?"
"Non lo so. Un posto sicuro, va bene?"
"No! Potremmo essere ovunque!"

Poteva essere il portone di una casa, l'ingresso strettissimo di un vecchio negozio, o un cesso pubblico per quanto la riguardava!

"Ovunque ma al riparo dai paparazzi."
"Adesso penseranno che siamo una coppia, genio."
"Non mi ci far pensare, vuoi?"
"Tranquillo, la cosa non alletta minimamente neanche me."
"Siamo in due."
"Appunto, e poi io sono occupata."
"Mi dispiace per lui."
"Lui chi?"
"Il tizio con cui sei occupata, mi senti?"
"Purtroppo sì, ma ora puoi stare zitto."
"Lo decido io quando sto zitto."
"Ah, credevo fossi semplicemente, preoccupantemente tendente alla catalessi."
"Tu hai dei problemi."
"Tu pure."
"Grandioso."
"Sì."

Il silenzio cadde rapidamente. Leighton aveva intrecciato le braccia al petto bruscamente, e adesso si stava piantando le dita negli avambracci con forza non troppo calibrata.
Robert si era appoggiato non-sapeva-bene-dove, ma gli andava bene: entro una decina di minuti sarebbero stati fuori all'aria aperta e alla larga da qualsiasi schiera di paparazzi nei paraggi.

Passarono svariati minuti in cui nessuno dei due disse niente. Fu Leighton ad infrangere quell'ostinato mutismo - il freddo era diventato decisamente insopportabile e il letto caldo e accogliente dell'albergo sembrava solo un lontano miraggio, in quel momento.

"Possiamo uscire adesso?"

Robert non le rispose, limitandosi a tendere un orecchio: nessuna voce in strada. Via libera.
Tentò di forzare qualsiasi cosa avesse chiuso di slancio poco prima, ma - quale che fosse - non sembrava volersi muovere di un millimetro. Cigolò inquietantemente e, dopo un sonoro botto, non dette più segni di vita.

"Allora?!" Insistette Leighton, con voce sempre più acuta.

Il ragazzo non sembrava aver intenzione di parlare: erano seriamente in un casino enorme.

"Hai il cellulare?" Le chiese invece, con voce innaturalmente seriosa.
"No... mi hai fatto cadere la borsa."

Altro punto a suo atroce sfavore.

"A cosa ci serve il cellulare?" Riprese.
"Cosa ci fai con un cellulare, di solito?" Replicò piccato.
"Ah-ah, cos'è quest'improvvisa scintilla di vita? Non sei più in letargo?"
"Potresti andarci tu, in letargo, tanto per cominciare."
"Magari! Almeno non sarei costretta a sopportarti!"
"Appunto."
"Appunto."

Mai e poi mai le avrebbe detto che li aveva chiusi dentro qualcosa di non meglio definito. Gli si sarebbe scagliata contro e l'avrebbe ucciso di botte e - per quanto sembrasse assurdo - Robert ci teneva ancora alla sua faccia.

Si mise a tossire nella vana e disperata speranza che il rumore avrebbe coperto i vani tentativi di liberare entrambi e, allo stesso tempo, anche i borbottii infiniti di Leighton che - sicuramente - gli stava indirizzando tante di quelle maledizioni da metterlo a posto per il resto della vita.

"Cosa stiamo aspettando?" Domandò lei con tutta la (poca) calma di cui era capace, mentre si massaggiava insistentemente le tempie.

Robert tacque ancora per qualche secondo, ma era inevitabile: doveva dirglielo.

"Siamo bloccati qua dentro," confessò mestamente, avendo ormai perso le speranze di poterli far uscire di lì in extremis.

L'urlo che cacciò Leighton doveva essere nell'ordine degli ultrasuoni, perché Robert non sentì un bel niente, limitandosi ad agghiacciare brutalmente e deglutire con un sonoro e colpevole glomp.

"Non riesco a crederci!" Esclamò lei, pestando i piedi a terra. "Ci hai chiusi dentro... u-un qualcosa!"
"Vuoi mantenere la calma, Meester?"
"Mantienila tu la calma, signor Cullen!"
"Io non sono Edward Cullen," precisò lui con una nota di malcelato isterismo nella voce.
"Bene! Perché Twilight mi sta sulle p -"
"Anche a me, ti va bene? Vuoi stare zitta, adesso? Mi deconcentri!"
"Dovresti saperti concentrare per deconcentrarti," specificò stronza.
"Io so perfettamente com'è che ci si concentra."
"Con quella faccia?"
"Adesso, seriamente, smettila."
"Solo quando mi avrai liberata."
"Guarda che ci sono anche io, chiuso qua dentro."
"Sono cavoli tuoi! Non ti ho chiesto io di rinchiudermi dentro il primo buco libero per la strada!"

Robert fu costretto a mordersi la lingua per non continuare a replicare all'infinito: quella donna tirava fuori il peggio del peggio dell'assolutamente peggio di lui.

"Se penso alla scena di domani...," biascicò più per sé che per lei.
"Non ricordarmelo."
"Non stavo parlando con te."
"Ah, da quando hai una doppia personalità?"
"Da quando ti conosco."
"Cos'ho fatto per meritarmi due Pattinson in uno?"
"Mi hai fracassato le p -"
"NON E' VERO!" Urlò lei, indignatissima.
"Smetti.di.urlare," sillabò per tutta risposta: gli stava venendo un mal di testa di proporzioni epiche.

Rimasero in silenzio a lungo, forse cinque, dieci o addirittura quindici minuti.
Leighton pensava a tutte le offese del mondo e le indirizzava a Robert per direttissima, cercando di non soffermarsi troppo sul fatto che, all'indomani, avrebbero dovuto girare la scena più focosa del film. No, decisamente no. Non poteva veramente pensarci.
Robert non smetteva di passarsi ripetutamente le mani tra i capelli - faceva sempre così quand'era nervoso. Chissà se sarebbe finito là dentro anche senza di lei: allora sì che sarebbe stato angosciante, chiuso lì dentro, da solo, senza un dannatissimo cellulare con cui poter chiedere aiuto. Si sentì un perfetto idiota, ma non ebbe proprio il coraggio di chiederle scusa: non le avrebbe dato nessuna soddisfazione o ulteriori input per considerarlo un completo deficiente.

"Fa freddo," si lamentò la ragazza, adesso decisamente più infreddolita e spaventata che altro.

Robert si sfilò il giubbotto leggero e lo tese nel buio, alla cieca.

"Tieni," biascicò, tentando di attirare la sua attenzione.
"Tieni cosa, esattamente?" Domandò Leighton, senza capire a che cavolo si stesse riferendo.
"Il giubbotto."
"Quale giubbotto?"

Il ragazzo sbuffò sonoramente: ne aveva fin sopra i capelli di quella situazione e non vedeva l'ora che fosse tutto finito, ognuno per la sua strada e tanti saluti.

Avanzò a tentoni, allungando le braccia davanti a sé e procedendo di un paio di passi.
Quando le toccò le spalle, Leighton trasalì bruscamente, trattenendo il fiato di colpo.

"Ehi, sono io," mormorò lui immediatamente, cercando di farla stare calma.
"O-Okay," borbottò, "mi hai fatto prendere un colpo."

Teneva il giubbotto con una mano e le sfiorava la spalla e il braccio con l'altra.

"Qui," le fece, guidandola alla cieca affinché riuscisse ad infilare prima una manica e poi l'altra.

Leighton era rimasta in religioso silenzio, vagamente sorpresa dalle mosse di Robert. Tentò di liquidare e sminuire il tutto pensando che si stesse sentendo atrocemente in colpa per quell'immane casino, e quasi se ne convinse del tutto.

Le sfiorò il seno mentre tirava su la cerniera del giubbotto e la sentì tremare, senza dire niente.

"Fatto," dichiarò dopo un attimo, incapace di scacciare il nodo che gli stava serrando la gola.

Riusciva a sentire il respiro di Leighton solo qualche centimetro più avanti, e aveva finito per immaginare l'abbassarsi e rialzarsi in lenta sequenza del suo petto, agli ordini dei suoi lunghi e profondi respiri.
Le passò le mani sulle braccia, percorrendole in ampie e brusche carezze, per riscaldarla.

"Meglio?"
"Meglio," bisbigliò lei in risposta, senza riuscire ad aggiungere molto altro.

Si zittirono ancora, ma Robert non si spostò, né smise di fare quello che stava facendo. Lo sentiva anche lui, adesso, il freddo della notte insinuarglisi sotto la stoffa della t-shirt leggera e farlo rabbrividire.

"Domani avremo delle occhiaie paurose," mormorò Leighton, troppo infastidita dal silenzio opprimente che regnava tutt'attorno, "la prima scena di sesso della storia in cui i due protagonisti farebbero bene a dormire più che amoreggiare," lo prese in giro, forzando una risatina sommessa che si spense subito.
"Saremo molto sexy," convenne Robert, sentendo i palmi delle mani arrivare quasi a bruciare.
"Molto," sottolineò lei, cogliendo disperatamente ogni occasione che le si presentava per dire qualcosa.

Passarono altri infiniti minuti che Leighton contava aiutata dal cadenzato battere del cuore di Robert che riempiva tutto lo stretto spazio in cui erano andati a cacciarsi. Si chiese se anche lui fosse in grado di sentire il suo, ma si disse che no, probabilmente solo una come lei poteva far caso a certi ridicoli dettagli.

"Andrà bene," sussurrò Robert dopo una pausa infinita, "l'ho già fatto."
"Anche io, se è per questo."
"Allora siamo a posto, no? E' solo lavoro."
"Non mi piace come baci," gli confessò così, dal niente.
"Neanche tu sei granché -," borbottò rapidamente lui, sulla difensiva.
"Invece sì, io bacio bene, tu per niente."

Ci era rimasto male. Da qualche parte il suo ego di maschio era scoppiato virilmente a piangere per lo smacco appena infertogli a tradimento.

"I baci finti non mi vengono bene," disse, sentendosi in dover di giustificare la propria mancanza in modo credibile.
"Dovrebbero, visto che è il tuo lavoro."
"Non è semplice riuscire a rendere credibile un bacio fittizio," obbiettò lui.
"No, è vero, ma dovresti far pratica," se ne pentì amaramente appena le parole le furono scivolate giù di bocca.
"Stai suggerendo di far pratica?" Chiese, ora decisamente divertito.
"No, non ho detto questo. E poi lo sai che non ti bacio fuori dall'orario di lavoro."
"Ma è tuo dovere di co-star aiutarmi a rendere al meglio, no?"
"E con questo?"
"Se ti chiedo di ripassare una scena, devi farlo."
"Devo è un parolone."
"Ma è quello giusto."
"Non mi metterò a baciarti in questo buco perché tu ti senti ferito nell'orgoglio!" Sbottò indignata, ora vagamente infastidita dalla vicinanza dei loro corpi.
"Per favore."
"Per favore?"
"Ti preeego," insistette lui.

La voce di Robert era cambiata, parlava sì con tono più basso, ma sembrava anche più divertito, come se una leggera risata fosse costantemente nascosta nelle sue parole.

"Non sei serio," biascicò Leighton, decisamente colta di sorpresa.
"Sono serissimo."
"Stai ridendo, ti sento!"
"Oh, andiamo! Ti dico che sono serio. E poi non puoi vedermi, quindi dovrai andare sulla fiducia."

Cosa che Leighton non era affatto disposta a fare... perché avrebbe dovuto fidarsi di un bell'imbusto che conosceva a malapena? Che la criticava per la sua musica, per i suoi gusti cinematografici e musicali e anche per quelli in fatto di uomini?

"Okay," acconsentì invece.
"Okay?"
"Okay," confermò.

Voleva che lo baciasse? Bene, avrebbero stabilito chi dei due era il più abile in materia.

Solo il respiro di lui, improvvisamente più vicino alle sue labbra, fu il segno che le si era avvicinato di più, bruciando centimetri e centimetri che prima li separavano.

"Per la cronaca, il tuo personaggio è odioso," precisò Leighton in un sussurro, sollevando un po' il viso, inconsciamente (ormai li conosceva a memoria i movimenti di Robert, avevano girato la scena del primo bacio almeno una trentina di volte, una peggio dell'altra).
"Il tuo è insopportabile," esalò lui, sfiorandole le labbra nel farlo.

Un brivido le corse su per la schiena e si mentì, giurando a se stessa che non aveva sentito proprio niente. La sua buona volontà ebbe di che lamentarsi perché un attimo dopo la bocca di Robert si era chiusa sulla sua e fu costretta ad aggrapparsi alle sue spalle per non sbilanciarsi all'indietro, mal sorretta dalle proprie gambe.

Prese a baciarla lentamente, accarezzandole le labbra con le proprie per svariati secondi, prima di costringerla a dischiuderle un poco per permettere alle loro lingue di scontrarsi l'una con l'altra.

Leighton fu costretta a soffocare un sospiro nella bocca di Robert, e lui, per tutta risposta, la sospinse all'indietro, facendola aderire completamente alla liscia parete retrostante. La schiacciò contro quella che sembrava una superficie di vetro, stringendola tra le proprie braccia come ad impedirle di allontanarsi o scostarsi da lui.

L'assaporò con lentezza snervante, riuscendo a sentire il profumo del bagnoschiuma della ragazza mille volte intensificato dalla pioggia che le aveva bagnato le gambe e le braccia.
Con una mano prese ad accarezzarle poco galantemente i capelli, con l'altra l'aveva stretta alla vita, costringendola a contorcersi impercettibilmente (aveva scoperto solo il giorno prima che soffriva tremendamente il solletico).

Andarono avanti per quelle che ad entrambi sembrarono ore - Leighton si era aggrappata con entrambe le mani ai capelli di lui, sollevandosi leggermente contro la parete dietro di lei per non perdere l'equilibrio e avere maggior spazio per dedicarsi alla sua bocca.

Solo quando il bisogno d'aria divenne impellente e nessuno dei due sembrava intenzionato a placarsi un poco per riprendere fiato, spezzarono il contatto, boccheggiando e ansimando malamente l'uno sulle labbra dell'altra.

Leighton sentiva il sapore della birra europea che Robert aveva preso al locale sulle labbra, lui la stava maledicendo per quell'orrendo Alexander che si era ostinata a voler ordinare. Gli intrugli alcolici gli facevano schifo - li beveva lisci, certo, ma non mixati in assurdi cocktails dai nomi esotici e privi di senso.

"A-Allora?" Bisbigliò lui, senza scostarsi o riaprire gli occhi - sapeva che non avrebbe potuto guardarla comunque.
"Allora...," biascicò la ragazza, non troppo certa di sapere che rispondere, "potresti fare di m-meglio."

Non aveva idea di come le fossero uscite di bocca quelle parole, ma scoprì che non gliene interessava più di tanto. Lo stavano facendo per il bene del film e della sua riuscita. Certo.

"Dici?"
"Ah-ah," confermò a mezza voce, prima che il respiro di Robert tornasse a mischiarsi col suo.

Il ragazzo si spinse contro di lei, facendole dischiudere leggermente le gambe per finirci in mezzo. Con una mano la sosteneva e con l'altra le accarezzò il polpaccio, fino a risalire su fino alla morbida curva del ginocchio e poi ancora più su, lungo coscia e a sfiorare il bordo di stoffa del suo intimo.

Leighton fece un brusco movimento, interrompendo il bacio e avvicinando bruscamente Robert per la vita.

"N-Non dovremmo," mormorò in un sussurro stonato. Voleva disperatamente che le dicesse di essere d'accordo e che no, quello non potevano proprio farlo, perché lei era già impegnata e perché si stavano sostanzialmente sulle scatole.
"A-Almeno d-domani saremo pronti," replicò lui, approfittando della pausa improvvisa per affondare il viso tra il collo e la spalla di lei, torturando ogni singola porzione di pelle che trovava, con le labbra e con i denti.
"G-Già," si ritrovò a convenire lei un po' per forza di cose, un po' perché - era vero - non si sarebbero lasciati cogliere impreparati.

La lingua e le labbra di Robert sul collo e poi subito dietro l'orecchio e di nuovo giù fino alla clavicola la stavano facendo impazzire.

Si spinse leggermente all'indietro, appoggiando la nuca all'indietro e chinò il capo di lato per lasciargli più spazio per continuare la sua lenta tortura.

Aveva ancora il sapore della birra in bocca e le faceva semplicemente schifo, ma Dio, ne voleva di più. Strattonò bruscamente i capelli di lui e lo costrinse a baciarla sulle labbra, di nuovo, profondamente e all'infinito.

Robert si stava schiacciando contro il giubbotto che adesso era la ragazza ad indossare, facendo involontariamente mischiare il buon profumo di lei con il suo stesso odore.
La cosa gli fece perdere ulteriore lucidità, e un attimo dopo le sue mani le accarezzavano la pelle morbida e liscia dell'interno coscia. Quando le sue dita si azzardarono a risalire fino alla stoffa leggera del suo intimo, Leighton rilasciò un basso gemito, sospirando lentamente sulla bocca di lui.

Robert maledì ogni santo esistente per quel buio che li circondava e che gli impediva di guardarla in viso e di potersi beare della sua espressione mentre la toccava in punti in cui non si sarebbe mai sognato di sfiorarla solo qualche ora prima.

Insinuò le dita oltre lo strato di stoffa - cotone e pizzo, forse - concedendosi un contatto pelle contro pelle, incurante della sfacciataggine con cui era andato a cercarselo.

"Rob...," le uscì in una supplica distorta, mentre il basso ventre le andava letteralmente a fuoco, facendole risalire brividi di freddo e caldo e piacere su per i fianchi.

Trattenne il respiro e tirò indietro la pancia, desiderando soltanto che non smettesse mai.

"S-Sì... ?" Le fece incertamente eco lui, troppo poco lucido per poter controllare le reazioni del proprio corpo o i movimenti delle sue dita.

Il respiro frammentario di Leighton gli mandava a fuoco il viso, gli faceva tremare le gambe, lo faceva ribollire in qualsiasi parte del corpo gli venisse in mente di nominare.

"N-Non smettere," lo supplicò lei in una preghiera stonata, affondando le dita nella pelle umida del suo collo.
"No... n-non mi fermo," rispose inconsciamente, aggrappandosi ad un lembo di quello stupido indumento che ancora lo sperava da lei per poterlo strattonare via, preoccupandosi di accarezzarla pesantemente nel percorso lungo le sue gambe lisce.

Leighton fece di tutto per agevolargli i movimenti: non avrebbe potuto fare altrimenti neanche se l'avesse voluto. Agganciò una gamba attorno alla sua vita e lo aiutò a liberarsi dagli inutili strati di stoffa ancora nel mezzo, e fu costretta a singhiozzare sulle sue labbra appena si spinse contro di lei, strusciando la sua pelle bollente contro la propria.

Robert cercò di trattenersi il più possibile, ma i continui sospiri della ragazza lo guidavano e lo esortavano a darsi una mossa senza possibilità di appello.

L'afferrò per la vita, stringendolo bruscamente a sé e sollevandola un po' per aiutarla a scivolare sopra di lui, dentro di lei. Leighton strinse rapidamente la presa sulle lunghe ciocche di capelli pazzi che ancora teneva tra le dita, dischiudendo le labbra senza emettere alcun suono appena lo sentì dannatamente più vicino.

Avrebbe voluto vederla in viso, sapere se era tutto okay, ma non ce n'era né il tempo, né il modo. Continuò ad affondare dentro di lei e poi si fermò, aspettando che si fosse abituata alla brusca intrusione. Le lasciò toccare di nuovo terra, nel frattempo, incapace di poterla sostenere e occuparsi di lei contemporaneamente: le braccia gli tremavano troppo insistentemente.
Accostò il viso alla sua guancia e la baciò fino all'angolo della bocca, evitando accuratamente le sue labbra. Respiravano entrambi affannosamente, i loro petti si allontanavano e si scontravano in continuazione, facendoli ogni volta supplicare per il contatto, e rabbrividire per la successiva, immediata vicinanza.

"C-Che aspetti?" Soffiò Leighton, direttamente nel suo orecchio, stuzzicandone il lobo con la punta umida della lingua.

Robert non se lo fece ripetere due volte: prese a spingersi e affondare dentro di lei a ritmo sempre più sostenuto. La teneva immobile, come poteva, con le mani immobilizzate sui suoi fianchi morbidi e scoperti dalla leggera stoffa dell'abito che indossava. Non smetteva di accarezzarla e toccarla e sussurrare cose senza senso in prossimità del suo viso ad ogni spinta, ad ogni gemito che gli arrivava in ritorno, ad ogni brusco movimento con cui Leighton andava incontro ai suoi movimenti o lo avvicinava a sé per la vita.

Si sosteneva su di lui con un braccio sulle spalle, e andò con l'altro a cingergli la schiena per poter tenere il suo ritmo e guidare i suoi affondi così come poteva.

Il calore e il piacere aumentavano vertiginosamente ad ogni brusca spinta, facendoli avvampare e bruciare entrambi. Le loro pelli umide strusciavano l'una contro l'altra ad ognuno dei loro movimenti inconsulti, intensificando l'odore che andava circondandoli e fondersi con i loro corpi congestionati.

Leighton non riusciva a trattenere i gemiti senza fine che le scivolavano giù dalle labbra uno dopo l'altro, incapace di indifferenza alle scariche di piacere che la scuotevano, in sussurri e suppliche rivolte a Robert, e a lui solo, così tante da accavallarsi l'una sull'altra fino a diventare incomprensibili.

Si strinse convulsamente a lui, afferrandogli il fondoschiena con entrambe le mani.

Il ragazzo continuava a baciarle il collo, le spalle e la mordeva ogni volta che le sensazioni si facevano troppo forti. Emise un basso ringhio, spingendosi rabbiosamente dentro di lei, dando sfogo alle ultime energie - i muscoli dei fianchi, delle gambe e delle braccia in fiamme - Leighton contorta tra le sue braccia, schiacciata contro di lui, ansimante, intenta a chiamare il suo nome.

Non gli ci volle altro per raggiungere l'orgasmo, le afferrò una gamba, agevolandosi i movimenti per un ultimo affondo. Esplose dentro di lei e gli bastò morderle ancora il collo per far sì che lo raggiungesse solo attimi dopo, inarcandosi contro la parete e singhiozzando senza fiato.

I muscoli si tesero per un attimo che parve dilatarsi in eterno, per poi rilassarsi subito dopo, lasciandoli in preda ad un vago e piacevole torpore.

Rimasero immobili e in silenzio, troppo concentrati sui battiti impazziti dei loro cuori, sui loro respiri affannosi, per potersi preoccupare di formulare frasi di senso compiuto.

Leighton si era abbandonata su di lui, in una specie di molle e goffo abbraccio. Dopo qualche attimo tornò a toccare terra con entrambi i piedi, liberandolo dal proprio peso. Si ostinò a non dire niente, limitandosi a sistemargli i boxer e i jeans, togliendogli di mano le mutandine che le aveva tolto e ancora teneva per poterle rimettere.

Il freddo era decisamente passato, la noia e il fastidio pure.

Robert allungò un braccio per appoggiarsi alla parete di vetro dietro di lei, e il silenzio si protrasse ancora per qualche minuto.

La ragazza non sapeva cosa fare o come comportarsi, e ringraziò il caso che li aveva voluti rinchiusi al buio, al sicuro da sguardi indiscreti.

"E' stato...," azzardò lei, "un ottimo ripasso."

Robert osservò il punto in cui si supponeva esserci lei, e si lasciò andare ad una risata sommessa.

"Direi di sì."
"Già..."
"Siamo stati... avventati."
"Diligenti suona meglio, no?"
"Anche," concesse lei, tastandosi le tasche della giacca con le mani: c'era qualcosa là dentro.
"Visto?" Riprese lui con aria tronfissima, ma lei era troppo occupata a tirar fuori qualsiasi-cosa-fosse dalla tasca destra del giubbotto, "te l'avevo detto che la mia zucca vuota non è l'unica cosa marmo -"
"ROBERT!" Urlo atroce.

Il ragazzo sgranò gli occhi, scioccato dall'improvvisa isteria post-amplesso - non avrebbe dovuto essere calma e rilassata?

Leighton brandiva il cellulare di lui, era sempre stato là dentro, e avrebbero potuto chiamare aiuto in qualsiasi momento del loro triste soggiorno in quel metro quadro dimenticato da Dio.

"Sei un idiota," lo accusò, iniziando a digitare un numero ben preciso.

La luce azzurrina del display le illuminava il volto ancora arrossato e scarmigliato, e Robert si dimenticò immediatamente dell'incazzatura momentanea.

Tornarono entrambi ai propri pensieri, sicuri che ormai sarebbero stati all'aria aperta di lì a poco.

Albergo, letto, Robert nudo, bagno caldo, Robert, coperte, Robert.
Birra, birra, birra, Leighton, birra, birra, Leighton.
Bwahahahaha hai ripreso a scrivere ed io di questo sarò sempre grata.
Che il sia merito del P0rn Fest o del prompt, o della coppia, va benissimo lo stesso! Anzi.
E il tocco non lo hai perso, su.
I dialoghi di questa fanfic sono meravigliosi, mi mancava la tua ironia (e tutto il resto, ovviamente).

E ora... non smettere di digitare su quella tua nuova tastiera!
Grazie Eli! :***

Ahaha è merito di tutto insieme direi XD Vediamo se mi vengono altre idee!

GRAZIEEE ♥
L'espressione sulla faccia di Robert era incomprensibile e la prima cosa che fu tentato di ribattere era che no, quella non era esattamente l'unica cosa marmorea che aveva -> semplicemente geniale! XD
Mi è piaciuta molto, in particolare i dialoghi fra Robert e Leighton pre-p0rn: hanno creato quella lieve tensione che ci vuole, nel p0rn. Oh yeah. XD