THE AVENGERS - "Miraggio" (Clint/Natasha)

Titolo: Miraggio
Fandom: The Avengers
Personaggi: Clint Barton, Natasha Romanoff
Pairing: Clint/Natasha
Rating: R
Parole: 1094 (W)
EFP: (X)
Warnings: non betata. Prima cosa che scrivo da un secolo... più o meno.
Riassunto: La verità è che Clint Barton non amava particolarmente il suo lavoro: era una semplice questione di necessità. Sarebbe stato stupido non sfruttare al massimo le proprie umane, straordinarie capacità. Ma c'erano delle volte in cui, quel dannato lavoro, lo detestava. Visceralmente.
Note: scritta per il P0rn Fest #6 per il prompt: THE AVENGERS Clint Barton/Natasha Romanoff, sudore. La fic è postata QUI su fanfic_italia.



Miraggio


Il caldo secco e impietoso dell'Egitto lo stringeva in un soffocante abbraccio. Mente annebbiata. Muscoli rallentati. La notte fredda era scivolata nel caldo soffocante della mattinata, questa si era ormai confusa al fuoco di mezzogiorno, diventato rapidamente insopportabile afa del pomeriggio. Il tetto dell'edificio sul quale aveva atteso ed osservato per tutto quel tempo ribolliva sotto le suole dei suoi stivali. Il cemento, come lui, non aveva ancora smesso di assorbire il sole della città che già cominciava a trasudarlo, vanificando quell'alito di vento solo impercettibilmente più fresco che arrivava con la promessa di una nuova notte.

La verità è che Clint Barton non amava particolarmente il suo lavoro: era una semplice questione di necessità. Sarebbe stato stupido non sfruttare al massimo le proprie umane, straordinarie capacità. Ma c'erano delle volte in cui, quel dannato lavoro, lo detestava. Visceralmente.

Natasha si muoveva silenziosamente nell'appartamento polveroso all'ultimo piano dell'edificio dirimpetto al suo. Per essere una letale assassina, la Vedova Nera era maledettamente brava a fingersi qualcuno che non era: ingenua, vulnerabile, fragile. Il modo in cui la sua andatura, il suo viso, i suoi gesti si modificavano per seguire questo o quel copione, gli toglieva ogni volta il respiro. L'aveva vista scivolare dentro e fuori mille personaggi diversi, e tutte le volte c'era quel misero, stupido secondo in cui una parte di lui si chiedeva se stesse fingendo o meno. È questa la vera Natasha? È quella che si tocca i capelli in continuazione? Quella che si morde le labbra quand'è nervosa? O è quella che cammina per il mondo, con l'arroganza di chi è convinto di essere inscalfibile?

Clint la conosceva meglio di chiunque altro, eppure alle volte - in momenti come quello - il dubbio atroce di non sapere niente di niente gli afferrava lo stomaco e non lo lasciava. Forse aveva sbagliato tutto, forse l'aveva decifrata in modo sbagliato, forse non l'aveva letta per il verso giusto sin dal principio.

La seguiva incessantemente con lo sguardo mentre compariva e scompariva attraverso i ritagli delle finestre, occhi ciechi su una scena come tante altre. L'obbiettivo le girava intorno, uno di quegli uomini troppo immersi nelle proprie fantasie predatorie per accorgersi di essere, di fatto, prede. Era così che la Vedova Nera agiva: tesseva la sua tela, impalpabile, invisibile, una spirale di false speranze e promesse che non mancava mai di fare i suoi prigionieri, di mietere le sue vittime. Dava loro in pasto solo lo stretto necessario: sussurri, labbra impercettibilmente increspate, dita a sfiorare una spalla, occhi pieni di mille e più promesse. Nient'altro. Non più.

Il caldo faceva sembrare le sue labbra più piene, i capelli più rossi, quasi acciecanti, la sua pelle così bianca e morbida improvvisamente accesa di un bagliore estraneo. La patina di sudore che le incorniciava la fronte riusciva a fargli sentire il sale sulle labbra. Si era dato dell'idiota: come posso sentire il tuo sapore? E di nuovo: sai quante volte l'ho immaginato?

Un movimento del collo, un'espressione carica di falso, credibilissimo, interessamento, la pelle umida che si rituffava nello scollo della sua camicia bianca. Non c'era niente - niente - che Clint Barton non avrebbe dato per seguire quella stupida goccia di sudore giù per l'incavo dei suoi seni, al di là della candida barriera di stoffa che li proteggeva. Scivolare in mezzo alle sue curve, catturare il salato della sua pelle con le proprie labbra, inseguire quella stessa goccia lungo il suo addome, rincorrerla oltre l'ombelico, far strage di quei pantaloni che in altre circostanze - lui lo sapeva - Natasha non avrebbe indossato neppure sotto tortura (l'avrebbe presa in giro più tardi, a missione conclusa). Sentirla andare a fuoco e tremare al contatto con le sue mani ruvide. Si sarebbe scusato, si sarebbe sentito indegno. Avrebbe sostituito le sue dita d'arciere con le sue labbra, l'avrebbe baciata nel calore tra le sue cosce, avrebbe tentato di farlo suo per sempre, l'avrebbe baciata come non era stata baciata mai. Te lo prometto, Tasha. Nessuno ti ha mai baciato così. L'avrebbe combattuta per ottenere il controllo, l'avrebbe lasciata vincere. Le sue gambe perfette, armi letali, l'avrebbero intrappolato nella loro presa, si sarebbero strette e rilassate assieme ai suoi baci, alla sua lingua. Lo sapeva che l'avrebbe quasi ucciso? Lo sapeva che permettendogli di sentire il suo sapore lo avrebbe ucciso e fatto rinascere tutto insieme? Avrebbe stretto i suoi fianchi nella morsa delle proprie mani e l'avrebbe supplicata di rimanere ferma, di lasciargli il tempo di imprimersi nelle memoria quel sapore. L'avrebbe attirata a sé, si sarebbe cullato nei suoi sospiri, avrebbe affondato le dita nella sua pelle ad ogni brusca contrazione dei suoi muscoli. L'avrebbe fatta impazzire, le avrebbe fatto gridare il suo nome, l'avrebbe smontata pezzo per pezzo, avrebbe scoperto tutti i suoi segreti e poi si sarebbe chiesto, con una stretta al cuore, se non gliel'avesse soltanto lasciato credere. È questa la vera Natasha? Sei tu? Sei vera? Sei reale? E lei - lui lo sperava - lo avrebbe guardato con quei suoi grandi occhi verdi, gli avrebbe chiesto mille cose diverse. Ne avrebbe scelta una sola. Fammi vedere come funziono, Clint. Fammi vedere come funzioni.

Avrebbe bevuto dalle sue labbra piene, senza darle neppure il tempo di riprendere fiato. L'avrebbe stretta a sé. Sprofondare dentro di lei sarebbe stato come precipitare nel vuoto. Non un brivido, quello che gli avrebbe frustato e contratto la schiena, ma una vertigine. Si sarebbe trattenuta fino alla fine per non accelerare il ritmo, per lasciargli i suoi tempi. Avrebbe assaporato il loro sudore, di lui e di lei insieme. Avrebbe sentito il loro odore, avrebbe fuso la loro pelle. Natasha era la sua matriosca infinita e lui non voleva niente al mondo se non arrivare alla bambola più piccola, aprirla e nascondercisi dentro. Non avrebbe avuto bisogno di nient'altro. Mai più. Voglio vivere nel tuo calore per sempre. Hai idea di quanto lo voglia, Natasha? Lo sai come ci si sente ad essere dilaniati dai tuoi occhi?

Avrebbe affondato una mano tra i suoi capelli di fuoco, l'avrebbe chiamata per nome. Lei lo avrebbe supplicato in russo, si sarebbe inevitabilmente pentita di avergli mostrato così tanto. Forse, invece, si sarebbe sorpresa di non sentirsi poi così in colpa, dopotutto. Gli avrebbe rivolto uno di quei timidi sorrisi che riservava solamente a lui. O almeno così gli piaceva pensare. Sono miei. Sono tutti miei. Vero, Natasha?

Un battito di palpebre. L'appartamento. L'obbiettivo. L'Egitto. L'edificio che trasudava calore. Lui, più bollente del tetto su cui era disteso. Una fornace. Un miraggio.

Una mano a tergere la fronte. La mira che si riassestava. Ti vedo.